Gli studi derivanti dal protocollo Val d’Agri non possono essere pubblicati perchè fatti dal pubblico ma pagati dal privato ed Eni si conferma “patrona d’Italia” e della vita degli italiani

Dal principio mai attuato del “chi inquina paga” siamo arrivati al “chi paga inquina”. E’ aberrante la risposta data dall’Ingv alle varie pec mandate dall’Associazione Cova Contro in questi mesi. I dati derivanti dal protocollo Eni-Ingv sulla sismicità in Val d’Agri possono essere pubblicati solo dietro autorizzazione di Eni, ossia del committente, proprietaria dei dati e di tutti gli annessi.

Nel 2013 Eni ed Ingv siglano un protocollo d’intesa per capire tra le altre cose come l’attività petrolifera interferisca con la sismicità della Val d’Agri. Abbiamo già pubblicato in anteprima la prima relazione conclusiva del primo anno di studi ed i dati non erano confortanti anzi, preoccupanti da un lato ( Eni registrava la metà dei terremoti realmente verificatisi, sbagliando l’ipocentro in molti casi e in gran parte causati dalla re-iniezione petrolifera a Costa Molina 2 ). Abbiamo ottenuto la seconda relazione, notificata al Comune di Montemurro il 4 agosto scorso.

wp_20160916_11_32_13_proIngv ed Eni hanno realizzato un modello tridimensionale sull’andamento sismico della zona per un’area di 60 km x 60 km. Il modello 3D ha permesso di meglio tracciare la velocità di propagazione degli sciami ed una accurata stima degli ipocentri. La microsismicità causata dal pozzo Eni – Costa Molina 2 è focalizzata tra i 2 ed i 5 km di profondità, con pochi eventi oltre i 7 km. L’Ingv rivede la conformazione delle faglie rispetto l’ultima relazione e nel farlo esclude che la re-iniezione petrolifera possa causare terremoti in profondità che secondo l’Ingv sono da definirsi di esclusiva origine tettonica ( il fondo del pozzo è stimato ad 8,6 km ).

La re-iniezione a Costa Molina 2 sta causando micro-terremoti a ridosso di faglie molto pericolose ma Eni ha sempre il pallino in mano: i microterremoti seguono le volontà di Eni, ossia se Eni re-inietta prima o poi il microterremoto arriva, come risposta alla re-iniezione e se si re-inietta di più rispetto al solito o con maggiore pressione, il microterremoto può essere più forte o spostarsi rispetto al solito ipocentro. Degli altri pozzi invece non si sa nulla, ufficialmente zero monitoraggi pubblici. Le acque di strato re-iniettate pare finiscano tra rocce carbonatiche ed evaporiti triassiche, quelle carbonatiche sono calcaree, quindi fragili e porose, quindi facilmente saturabili e frantumabili da parte di liquidi iniettati ad altra pressione e potenzialmente corrosivi – insomma un pessimo contenitore per pessime acque.

Tanti numeri ma nelle parole c’è l’inganno? Cambia il tono tra le due relazioni dell’Ingv. La seconda diminuisce dialetticamente il rapporto diretto, il nesso di causalità, tra le re-iniezione ed i terremoti, arrivando a dire che solo il terremoto del 31 agosto 2014 delle ore 8:27 ha avuto come ipocentro il fondo del pozzo quindi chiaramente ascrivibile ad esso. Si è passati da centinaia di micro-terremoti causati dalla re-iniezione a poche decine per un ristrettissimo arco di tempo. Un dato allarmante, ma chi ci dice quale sia il vero fondo del pozzo? Supponiamo Eni, perchè Ingv non avrebbe i mezzi e gli esperti per determinare tali dinamiche infatti gli esperti di geodinamica e gli utilizzatori di modellistica 3D sono tutti privati, molti in quota Eni ed Ingv nell’organico non ne ha, se non borsisti esterni o specializzandi last minute in materia e quindi quale precario si metterebbe contro Eni?

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L’Ingv dice che la microsismicità indotta era più forte agli inizi della re-iniezione, quindi dal 2006 al 2014 mentre oggi è visibilmente diminuita, almeno dal 2015, il motivo però del presunto calo non viene spiegato chiaramente. Lo studio finisce così, con un finale che sa di marketing filo Eni. Spariti i suggerimenti della precedente relazione, oggi Eni torna ad autocontrollarsi con la sua rete sismica obsoleta ed industriale, non scientifica come diceva Ingv un anno fa,  ed Eni ha speso 1.113.000 euro per non pubblicare gli esiti: chi investe per conoscenze da non pubblicare? Semplice, chi vuole nascondere o lucrare. Oltre un milione di euro ( ignote le retribuzioni specifiche per il personale in quota Ingv ) per non dirci se la re-iniezione ha contaminato i corpi idrici, per non dirci dove finiscono le acque di scarto, per non dirci come reagisce chimicamente la roccia carbonatica ai rifiuti industriali corrosivi re-iniettati ad oltre 10 megapascal, per non dirci se le polle della Prof.sa Colella possono essere una risalita di questi rifiuti re-iniettati e soprattutto per non dirci i concreti rischi di stimolare un grande terremoto, o per non dirci come è realmente fatto il giacimento della Val d’Agri – tutto top secret con il culo dei Lucani.

la Prof.ssa Quattrocchi durante un incontro del PD
la Prof.ssa Quattrocchi durante un incontro del PD

Dal protocollo Vicino al protocollo Eni-Ingv, il passo è breve. Siamo il cimitero dei protocolli, l’Italia, la nazione che non vuole programmare ma inseguire la logica dell’emergenza, perchè in quest’ultima si fanno affari e quindi perchè monitorare bene e sempre se puoi usare i progetti pilota, o i fondi europei o i protocolli d’intesa dove le nomine politiche fioccano? L’Ingv si è rifiutata di darci addirittura il testo completo del protocollo tra Eni ed Ingv, ossia di un’assegnazione lavori ad un ente pubblico dal quale abbiamo avuto solo due abstract: – il protocollo è stato siglato il 30 luglio 2013 ed affidato in quota Ingv alla Dott.sa Fedora Quattrocchi ( attivista del PD, ospite di eventi e riviste attive nel settore petrolifero, consulente, e sostenitrice del NO al referendum no triv ) e chi firma il progetto dal lato Eni? Lisandrelli ed Angelini, due tra i funzionari Eni arrestati e sospesi dalla compagnia stessa nell’ambito della Trivellopoli lucana perchè alteravano i codici dei rifiuti, le analisi e tutto ciò fosse alterabile mentre al telefono sghignazzavano sulla pelle dei Lucani.

E cosa prevedeva lo studio in aggiunta? La mappatura geochimica della zona, quello che forse spaventa Eni più del terremoto, ossia l’inquinamento, anche perchè Eni in questo abstract dimostra di avere le idee chiare, ossia che terremoti piccoli e grandi potrebbero far migrare i liquidi ( compresi i loro, quelli sotto indagine della procura – ndr )

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De Scalzi parla di onestà, trasparenza e di cambiare la percezione del petrolio in Basilicata: solo marketing di cattivo qualità, un maquillage per nascondere la distruzione di leggi e territorio e l’unico vero antidoto a questa ondata di bugie è la libera informazione, cosa che Eni teme infatti è costretta a segretare per iscritto i dati di una scienza che invece di essere al servizio del pubblico è al servizio delle multinazionali e per questo motivo proporremo ad Ingv di pubblicare l’elenco dei suoi dipendenti/consulenti/contrattisti con partita iva o quote societarie di proprietà attive nel settore oil&gas ed indotto, nonchè di capire se sia opportuno, per evitare conflitti d’interesse o incompatibilità, mettere in aspettativa non retribuita i dipendenti di Ingv che in realtà fanno i consulenti privati usando forse anche l’attrezzatura dell’ente pubblico. Il Prof. Chiarabba dell’Ingv propose alla Prof.ssa Quattrocchi di mettersi in proprio sui monitoraggi della Val d’Agri: parole sibilline.

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Il quadro noi l’abbiamo chiaro: pubblici contratti non pubblicati, costi ed oneri relativi non pubblicati, e le solite porte girevoli tra politica, multinazionali ed enti pubblici di ricerca, e questo è solo quello che si vede. I nostri dati e le nostre deduzioni le condivideremo con le autorità, a tutti i livelli, perchè all’ombra di questo protocollo si sente puzza e non solo quella dei soldi: Eni non è proprietaria della Basilicata nè dei lucani, così come Ingv non è un ente terzo.