Politica, magistratura e grandi associazioni ambientaliste tutte unite da una miopia, tra le tante, quella sull’utilizzo dei fanghi di perforazione, o drilling fluids. Lo Stato non ne regolamenta l’utilizzo, le Regioni non si pongono il problema, la magistratura sembra ignorarli nelle sue indagini eppure potrebbero essere un corpo del reato importante: studiarli per cercarne le tracce al di fuori delle aree pozzi, nelle sorgenti e nelle falde, cercare i polimeri, le nanostrutture e le sostanze sintetiche che li compongono, ma come fare se la legge non impone la pubblicazione di un accurato e credibile ” ricettario “? Tutto sbatte contro il segreto industriale e così l’arma del delitto diventa invisibile agli occhi dei presunti controllori.

Abbiamo conosciuto la AVA perchè il logo dell’azienda era visibile nell’area industriale di Viggiano affianco a quella della Halliburton, e poi il logo di questa azienda laziale svettava sui fusti di additivi perforativi usati da Total a Corleto Perticara. Quindi chi produce queste sostanze chimiche di ignota composizione pompate a tonnellate sotto terra in questi decenni? La “A.V.A. argille ventilate attivate” con sede in via Salaria a Roma, cessata nel 2010 secondo la visura storica camerale, intestata ad Adriana Frohlich, classe 1924, nata a Zagabria ma residente a Vittoria in provincia di Ragusa; la sua azienda gestiva cave, estrazione di argilla e preparazione fanghi perforativi, il tutto con un unico dipendente, lei, ed un fatturato ignoto stando alla visura storica dell’azienda, nella quale mancano i bilanci. La Sig.ra Frohlich è socia anche di altre tre aziende: la Newpark ( che ha acquisto la AVA nel 2002 ) multinazionale sempre attiva nel settore dei fanghi petroliferi di perforazione, la Eubea Medicea srl che si occupava della gestione di case di cura, e la AvaBario srl, che si occupava a sua volta di fanghi di perforazioni. Tutte queste attività, tranne la Newpark, sono cessate tra il 2004 ed il 2010, con bilanci, ove visibili, e versamenti capitali dei soci, sempre molto bassi a fronte dei business dichiarati. Purtroppo per la AVA non sono visionabili i bilanci sul portale della Camera di Commercio ed in alcuni verbali di liquidazione, come quello della Avabario, la rampante imprenditrice ottantenne, che spazia dal petrolio alla sanità privata, non era neanche presente agli incontri e delegava la figlia, Alessandra Campo ( la Frohlich era coniugata in Campo ). La Avabario srl deteneva tra l’altro 21mila euro di quote del golf club “Le Querce” ed altri 21mila euro di partecipazioni ignote. Entrambe le società produttrici dei fanghi da perforazione avevano sede in via Salaria 1313/C ed una sede secondaria ad Ortona, da sempre snodo importante delle attività petrolifere italiane ed adriatiche.

Interessante la famiglia della signora Frohlich, vedendo solo le partecipazioni societarie di una sola figlia, sui quattro a noi visibili, tale Alessandra Campo, classe ’81, compaiono: Afro Invest srl ( agenzia immobiliare ), ed altre 5 società che spaziano dalla sanità privata alla produzione di fanghi petroliferi. Tutti questi collegamenti, queste cessazioni d’attività, questi bilanci e partecipazioni non pubblicate, questa versatilità d’impresa che vede una famiglia impiegata su fronti così diversi, e questi fatturati apparentemente trascurabili ci fanno porre tante domande, sul ciclo di denaro che c’è dietro il mercato dei fluidi di perforazione, sulla loro tracciabilità, sulle strategie economiche che ci sono alle spalle: è buffo pensare che una anziana donna jugoslava trasferita in Sicilia ma con aziende su Roma sia stata capace di diventare la fornitrice di Eni e Total su prodotti così delicati come i fluidi di perforazione e che i figli ventenni o poco più gestissero tali realtà. Gireremo i nostri dubbi a chi è stato eletto o nominato politicamente per le sue competenze ambientali.

Non dimentichiamo che lo stesso Griffa nelle sue mail parlava di queste sostanze, e mentre nelle altre nazioni alcuni di questi fanghi, come quelli a base d’olio minerale ( OBM ) sono vietati perchè pesantemente tossici, da noi in Basilicata sono stati usati tranquillamente, anzi ne sono stati testati anche di nuovi ad hoc per le nostre rocce, e così una presunta trinità petrolifera rimane intaccata dal legislatore italiano ed europeo: 1 – il monitoraggio della radioattività nei reflui e quindi nei rifiuti petroliferi nonchè nelle sonde di ricerca e mappatura dei giacimenti; 2 – la conoscenza della reale e precisa composizione dei fanghi e del loro utilizzo con annessa messa al bando degli OBM ( oil based mud – fanghi a base d’olio ); la modifica dei codici CER che tenga conto della peculiare tossicità delle acque di strato/scarto petrolifero.

Incrociando i dati del sito web della Newpark con le informazioni camerali emergono altre discordanze nei dati: la AVA cessava nel 2010 secondo la Camera di Commercio di Roma, eppure nel 2013 siglava ancora contratti in Kuwait. Nello stesso anno di cessazione attività ( italiana a questo punto – ndr ) la AVA apriva in Kurdistan – Iraq. Stando a quello che riporta la multinazionale texana, Newpark, la AVA sarebbe stata acquisita già nel 2002, e ciò avrebbe portato in dote ai texani nuove fette di mercato in Europa e nel Mediterraneo. Strana questa AVA, la sua strategicità sembra nota agli americani ma sconosciuta agli italiani, ma si sa che oltre oceano sapevano le vicende petrolifere lucane prima dei lucani stessi, infatti gli americani sapevano con certezza dal 2008 che in Basilicata si perforava orizzontalmente ma di questa tecnica non ne parlava nessuno in Basilicata nè nel 2008 nè oggi! Ed è ovvio che gli americani lo sapessero, del resto ad offrire questo dannoso servigio era proprio un’azienda sempre texana, la Halliburton. Intanto come fanno le istituzioni a garantire la tutela dell’ambiente e delle acque se le medesime compagnie petrolifere dicono nei verbali delle conferenze di servizi di non conoscere l’esatta composizione di queste sostanze iniettate sotto terra? Quanti prestanome ci sono nell’industria petrolifera? Quanti capitali di queste aziende finiscono nei paradisi fiscali?