Avevamo avviato il ragionamento ad agosto, ed estendendo leggermente la ricerca, senza particolari sforzi, la rete si riempie di dati e denota un pericoloso ed antidemocratico traffico di informazioni e professionalità, nonchè interessi.

Macchiarola – fonte facebook

A febbraio 2017 il capo segreteria di Alfano, Giovannantonio Macchiarola, sua “ombra dal 2008”, va a lavorare in ENI, ambito security. Nel maggio 2015 toccava all’ex generale dei Carabinieri, Aldo Saltalamacchia entrare in ENI, sempre security aziendale, e nel 2017 è toccato al di lui fratello, Emanuele Saltalamacchia, entrare in ENI, sempre da ex generale ( fonte qui ).

Domenico Di Petrillo security manager di Tecnimont ( Tempa Rossa ), ha lavorato prima in ENI per 9 anni, e nei 29 anni precedenti tra Arma dei Carabinieri e Presidenza del Consiglio, ex uomo del Gen. Dalla Chiesa.

Umberto Saccone, manager privato, 8 anni nella security di ENI, ma prima di entrare in Eni nel 2006, ha lavorato per 25 anni nel SISMI (ex servizi segreti militari ) e 7 anni nell’Arma. Saccone nonostante sia un libero professionista, ha una pagina come dirigente ENI sul sito dell’Arma dei Carabinieri.

Saccone fonte Anmil.it

Francesco Capone, oggi Novareckon, consulenze private in security, ex carabiniere, ex SISMI, ex Interpol, passa prima alla A2A e dopo ad ENI. Poi c’è Lapo Pistelli, ex vice ministro agli esteri, dopo passato in ENI, ma almeno qui l’Antitrust se ne interessò. Vorremmo avviare sulla base di questi esempi, un ragionamento delicato. La legge anticorruzione, per evitare conflitti di interesse, chiede un periodo di divario di tre anni tra un impiego e l’altro prima di intraprendere percorsi lavorativi privati o pubblici, che possano intersecarsi nel medesimo ambito lavorativo ( sicurezza pubblica e privata in questo caso ), a tutela del potenziale conflitto d’interesse con l’incarico pubblico precedente ( L.190/2012 ).

Il problema della privatizzazione della sicurezza del quale parlava in passato il Movimento 5 Stelle è più che mai attuale e grave, perchè il quadro che ne esce è aberrante: praticamente Eni è pubblica ma segue chiaramente regole privatistiche, viola le norme sulla trasparenza ambientale perchè è una s.p.a., da azienda di Stato esercita pressioni lobbistiche su governo e parlamento che poi ne decidono le nomine, per ENI vige il segreto aziendale sulle sue informazioni ma noi cittadini attraverso lo Stato ne siano potenzialmente tutti pseudoazionisti, nell’indotto ENI ha aziende condannate per reati ambientali ma che godono dei certificati antimafia, questi ultimi rilasciati da quelle medesime prefetture, quindi ministero e forze dell’ordine che svolgono le indagini, dai quali provengono anche i futuri consulenti ENI, la quale recluta personale per la propria sicurezza sia nell’arma che nei ministeri o nei servizi segreti, che magari precedentemente si trovavano ad indagare su ENI. Il tutto considerando che lo Stato incamera da Eni consistenti entrate fiscali, quindi a voler chiudere il cerchio, proprio lo Stato Italiano è in pesante conflitto d’interesse sulla tematica petrolio, e la pistola fumante è proprio ENI e quindi come possono i cittadini aspettarsi giustizia se tutti gli altri attori istituzionali sono in conflitto d’interesse e finiscono per lavorare in ENI o per provare per essa sudditanza? ENI è la principale minaccia alla democrazia nella nostra nazione, attraverso la quale i tre poteri statali pericolosamente si mischiano e si confondono, minando l’imparzialità e la bontà di ogni processo contro di essa, nonchè mummificando ogni provvedimento politico contro di essa. Una classe politica seria dovrebbe occuparsi di questo gigantesco conflitto d’interesse fuori controllo, un problema che non si risolverà con i soli comunicati. Ecco spiegato tutto il livore di Alfano da ministro dell’interno contro l’antagonismo ecologista della OLA e di altre associazioni lucane, perchè Alfano ministro in realtà non lo è mai stato, ma succube di ENI certamente, basti vedere la carriera del suo braccio destro.