C’è un capitolo della “storia ambientale” lucana che molti non conoscono, ed è in buona parte afferente al lavoro svolto dall’ex sostituto procuratore della pretura di Matera, Franca Macchia che in parte ereditò il lavoro di Nicola Maria Pace.

Nel 2014 il giornalista Guido Ruotolo sulla Stampa pubblicò un articolo sul lavoro e le dichiarazioni di numerosi servitori della Stato e non, che in Basilicata avevano fatto luce sul traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti altamente tossici provenienti dal nord. Vi ripropongo l’audizione del settembre 1997, del magistrato Franca Macchia, in Commissione Parlamentare sul Ciclo dei Rifiuti, presidente d’allora, l’on. Scalia. Un documento sempre attuale, che molti dovrebbero memorizzare, e che mette in discussione anche l’attuale operato delle procure lucane proprio sulle indagini “petrolifere“. ( Tutte le foto allegate si riferiscono alle bonifiche ed agli affioramenti di acque anomale nella concessione Cugno Le Macine, ossia nel bosco di Ferrandina-Salandra, area Geogastock, ex Eni-Agip, pozzi Grottole 35-36, scattate tra il 2015 ed il 2016 ).

Nel 1997 disse Franca Macchia ( FM d’ora in poi ): “Dalle indagini è emerso però che la destinazione risultante dalla documentazione non corrispondeva alla realtà, nel senso che quei rifiuti, pur essendo partiti dalla Lombardia ed arrivati in Basilicata, non erano stati certamente smaltiti presso le discariche autorizzate, o almeno i gestori delle stesse negavano di averli ricevuti … Una volta create queste aliquote interforze ( la Macchia sottolineava 20 anni fa i limiti delle forze investigative, purtroppo ancora attuali – ndr ), … il territorio è stato monitorato, sulla base delle rilevazioni satellitari, in rapporto all’immagine esterna di alterazione morfologica che esso presentava. Abbiamo quindi censito praticamente tutte le cave abbandonate, per controllare che cosa si trovasse sulla loro superficie esterna e per verificare se esse siano state bonificate, nonché se attualmente siano luoghi destinati allo smaltimento di rifiuti. Più frequentemente abbiamo verificato che tali luoghi vengono utilizzati per abbandoni incontrollati di rifiuti; da questo punto di vista, anzi, il fenomeno presenta dimensioni massicce. Da queste indagini emerge il fenomeno della partecipazione allo smaltimento abusivo da parte di molti soggetti. Infatti, stando alle stesse indagini, il traffico dei rifiuti si configura inequivocabilmente come un’attività criminale a carattere organizzato, che vede nella Basilicata il luogo terminale ideale, anche perché caratterizzato da una bassissima densità di popolazione e quindi scarsamente presidiato da quest’ultima.

Inoltre, per noi risulta spesso difficile indagare sulla provenienza di tali rifiuti, a causa di problemi di ordine tecnico-giuridico, legata alla circostanza (che credo sia ormai nota in quanto evidenziata da molti miei colleghi), che operiamo prevalentemente con istituti quali le contravvenzioni, cioè reati che non consentono strumenti investigativi particolari e che soprattutto sono soggetti a brevi termini di prescrizione, per cui spesso, quando il fenomeno viene rilevato, il reato è ormai prescritto. Ci dibattiamo quindi tra l’esigenza di coltivare l’indagine come spunto di ricerca e di conoscenza, per capire quali siano le situazioni criminali, e la necessità di definire con l’archiviazione procedimenti che sono nati morti, in quanto già prescritti … dobbiamo sostanzialmente sdoppiare il procedimento mediante lo stralcio di atti ed il loro invio ad altre procure, dove spesso il singolo fatto, estrapolato dal contesto, non viene neppure compreso nella sua interezza e può essere non “coltivato”. Per esempio, non è possibile contestare l’associazione a delinquere, perché essa è collegata soltanto a delitti, non a contravvenzioni: anche se si riuscisse ad ipotizzare, come è avvenuto in molti casi, un reato diverso quale la truffa, spesso collegato ai reati ambientali, si entrerebbe comunque in un altro contesto, ossia nella tutela del patrimonio e non dell’ambiente, ovvero nell’ambito di reati diversi, come quelli contro la pubblica amministrazione (si tratta, infatti, di un settore in cui ci si trova spesso a contatto con questi collegamenti). In tali casi, dobbiamo spogliarci della relativa competenza e trasmettere gli atti ai colleghi della procura presso il tribunale” affermava nel 1997 la Macchia.

Continua:”…Oltre tutto, a questa difficoltà se ne aggiunge un’altra di ordine non tanto tecnico-giuridico quanto piuttosto pratico. Le procure circondariali sono oberate da una massa di lavoro quotidiano ordinario che non è compatibile con lo svolgimento di indagini complesse come quelle in materia ambientale; questo vale per Matera, ma ho fatto l’uditore presso la procura circondariale di Milano, dove ho verificato altrettanta solerzia investigativa. Il patrimonio di conoscenze acquisite è grande e probabilmente, se di queste indagini dovessero occuparsi altri colleghi partendo da zero, ci sarebbero un grande ritardo ed una notevole dispersione di esperienze. Ritengo quindi che affrontare il problema normativo non sia sufficiente a garantire un’efficace azione di repressione dei fenomeni di criminalità ambientale da parte della magistratura, perché si tratta di indagini estremamente complesse, in genere legate ad attività imprenditoriali, che comportano un’analisi documentale lunga e complicata che può essere gestita soltanto da forze di polizia competenti. All’epoca il PRESIDENTE Scalia osservò in audizione: “Molti suoi colleghi e molti componenti della Commissione ritengono che anche sul piano normativo si possa fare di più e di meglio dal punto di vista sanzionatorio non solo per gli aspetti di deterrenza ma anche perché, introducendo il delitto ambientale, gli strumenti di indagine potrebbero essere di rango più elevato. Lei invece dice che questo non basta e, se non ho capito male, sta postulando un tipo di integrazione tra le forze addette alla repressione e al contrasto che guardi con occhi nuovi alla serie di circuiti molto complessi tipici delle tematiche ambientali“.

Rispose FRANCA MACCHIA, all’epoca Sostituto procuratore della Repubblica presso la pretura circondariale di Matera. “Il problema organizzativo al quale mi riferisco è quello più generale dello sdoppiamento di una competenza tra le due procure; infatti normalmente i fenomeni criminali sono unitari per cui difficilmente, quando ad indagare devono essere procure distinte, si riesce a colpirli. Se si istituisse un reato associativo e si determinasse uno spostamento di competenze alle procure presso i tribunali, in questo momento storico ci sarebbe una dispersione delle conoscenze acquisite da questa magistratura. C’è poi un problema tecnico che riguarda gli organismi investigativi. In materia ambientale occorrono conoscenze di tipo nuovo, legate ad attività scientifiche quali la chimica e la geologia; … nello stesso tempo, per un’eventuale indagine su un’azienda che operi nel settore dei rifiuti può essere di grande ausilio il piano investigativo fiscale per ricostruire il movimento d’affari. Le competenze necessarie, quindi, sono spesso interdisciplinari ed una squadra che voglia svolgere un’attività investigativa efficace deve essere composta da più settori specializzati in diverse discipline, che però siano in grado di comprendere le finalità investigative specifiche. Tra l’altro, le leggi ambientali attribuiscono compiti di vigilanza ad organismi amministrativi, per esempio le province e ci troviamo spesso di fronte ad un’incompetenza tecnica del ceto amministrativo che svolge i controlli. I magistrati attingono da consulenti esterni queste competenze, ma anche nell’accertamento e nel controllo quotidiano queste conoscenze sono indispensabili: è vuoto di contenuto il controllo periodico che non se ne avvalga. Dalla mia indagine, per esempio, è emerso un filone che per molti versi giudico trascurato, nel senso che non abbiamo la possibilità di andare oltre un certo limite, riguardante lo smaltimento dei rifiuti sanitari. Essi costituiscono una tipologia vastissima, all’interno della quale esistono anche rifiuti biomedicali con caratteristiche di radioattività che rappresentano un business per chi se ne appropria e che sono gestiti da pochissime società: non si conosce l’effettiva forma di smaltimento finale di questi rifiuti.” La Macchia indagava sulla direttrice adriatica di questi rifiuti, infatti citava nell’audizione le procure di: Rimini, Taranto e Bari.

Nella Commissione ai tempi di Scalia sedeva anche Gianni (Giovanni) Pittella che alla Macchia pose diverse domande sui rifiuti radioattivi, dall’Itrec a quelli sanitari. La Macchia confermò che prima e dopo il decreto Ronchi sostanzialmente non cambiò molto, infatti permaneva  ( e permane ancora oggi – ndr ) la mancanza di:”… un obbligo di certificazione analitica del rifiuto trasportato ed a chi un certo carico sia destinato …”. Dall’audizione emerge il mancato dialogo tra le procure territoriali, Matera in questo caso, e la DIA ( all’epoca guidata nel settore ambientale da Alberto Maritati, ex senatore dalemiano del PD ) nonchè con la sezione locale della DDA. La Macchia in seguito venne ascoltata in un’altra audizione nel 1998 con Luigi De Magistris, sempre nell’ambito delle indagini sui rifiuti ENI. La Macchia aggiunse all’epoca che: “... Le indagini ( sul bosco di Ferrandina/Salandra – pozzo Grottole 11 – ndr) sono nate ( negli anni ’90 ) a seguito di un fatto che apparentemente avrebbe potuto assumere il carattere di un fenomeno accidentale: c’è stata la rottura di un tubo presso un pozzo dell’AGIP e un vasto sversamento di acqua mista a idrocarburi che aveva creato una grande pozza lungo la strada. L’area fu sequestrata e fu accertato che la perdita proveniva da una condotta interrata dell’AGIP di pertinenza di un impianto di reiniezione. Appresi quindi che l’AGIP era autorizzata dalla regione Basilicata a reiniettare nei pozzi già esauriti le acque di strato che provenivano dalla separazione del gas nella fase dell’estrazione … Gli elementi di stranezza che indussero a compiere accertamenti più penetranti erano costituiti in primo luogo dal fatto che c’erano molte anomalie nei richiami normativi, che forse potevano essere conseguenti alla difficoltà di lettura delle norme in materia ambientale. Il provvedimento della regione Basilicata, infatti, faceva riferimento alla legge Merli non tenendo in nessun conto la legge sulle unità geologiche profonde – che erano i luoghi di recapito di queste acque – secondo la quale le sostanze con tracce di idrocarburi non avrebbero potuto essere reiniettate in queste cavità geologiche… Si prevedeva, inoltre, che la reiniezione dovesse avvenire a seguito di una sorta di trattamento delle acque attraverso un sistema di vasche di decantazione. Le acque dovevano quindi essere trasportate dagli impianti a queste vasche attraverso autocisterne e poi essere inserite nei pozzi mediante un sistema interrato e una pompa. In realtà l’AGIP, pur essendo stata autorizzata a questo specifico sistema di smaltimento delle acque di strato, utilizza anche un sistema interrato di tubi a maniche, direttamente sui luoghi in cui avviene la separazione senza passare per l’impianto di decantazione. Questo aspetto di irregolarità ci indusse a ritenere che, mentre l’autorizzazione prevedeva una forma di tutela ambientale realizzata con il sistema della decantazione, parte delle acque di strato fossero direttamente inserite nei pozzi.”

Proseguì la Macchia: “… Cercammo di vederci più chiaro, anche perché poco prima del nostro intervento le vasche erano state svuotate ed era stata effettuata una bonifica e verificammo che, tra l’altro, non c’era mai stato un controllo amministrativo. Quando la regione Basilicata aveva rilasciato l’autorizzazione alla reiniezione, aveva demandato i controlli alla provincia; quest’ultima aveva chiesto alla regione come avrebbe dovuto controllare questo meccanismo di reiniezione e la regione aveva laconicamente rinviato alle previsioni di legge. Era seguita l’inazione totale e questo sistema di smaltimento non aveva subito alcun tipo di controllo, considerate anche tutte le difficoltà di campionamento di un posto tombato, nel senso che aveva la testa pozzo chiusa ed era ad oltre 800 metri di profondità. Chiedemmo allora all’AGIP di aprire il pozzo ed al suo interno i nostri consulenti hanno trovato fenoli, mercurio e materiali assolutamente diversi dalle acque di strato. Sostengono che si tratta di materiali provenienti dall’industria chimica: sono sostanze di sintesi e non si trovano in natura, quindi non possono essere arrivare attraverso il terreno ad una cavità geologica che, tra l’altro, secondo gli studi fatti dall’AGIP al momento dell’istanza per l’autorizzazione, dovrebbe essere una geologicamente confinata, quindi impermeabile. Esiste quindi il fondato sospetto che questi rifiuti vi siano stati inseriti. Gli accertamenti di polizia hanno inoltre fatto emergere che non c’è un presidio costante di questi pozzi e che le stesse vasche di decantazione sono accessibili per gli smaltitori che hanno l’appalto per il servizio di trasporto delle acque di strato, i quali, operando nel settore dei rifiuti, si occupano di gestione di discariche e gestiscono una quantità indifferenziata di rifiuti non solo dell’AGIP. Forse il punto debole dell’organizzazione è proprio in questo.

Continuava FRANCA MACCHIA: “… I servizi di smaltimento dei rifiuti dell’AGIP sono gestiti in condizioni di quasi assoluto monopolio da una o due società del territorio della Basilicata. Esse hanno appaltato tutti i servizi connessi, operando autonomamente nel settore e subappaltando parte di tali servizi. Peraltro, da un punto di vista di merito va detto che lo sversamento che si è verificato, dal quale ha avuto inizio l’indagine, è dovuto alla corrosione di un tubo interrato, per il quale quindi non c’era neanche un’adeguata possibilità di controllo e di manutenzione. Tale rottura ha determinato una perdita estremamente vasta di liquido che, benché definito acqua di strato con scarsi poteri inquinanti, in realtà ha distrutto la vegetazione nell’area interessata in men che non si dica e in maniera molto penetrante. Subito dopo il dissequestro l’AGIP ha disposto immediatamente una bonifica del sito e mi risulta che questa attività di monitoraggio per un verso è conoscitiva interna all’ente, per l’altro sembra essere il prologo per poter attivare una serie di interventi di bonifica. Se mi è possibile, vorrei segnalare un ulteriore elemento emerso in sede di indagini. Mi riferisco al fatto che queste autorizzazioni alla reiniezione, secondo i chimici da noi interpellati, sarebbero pienamente conformi a pratiche spesso applicate in chimica ed in geologia. In altri termini con questo sistema si riportano nelle cavità geologiche sostanze che provengono dalla terra. Ebbene, quelle autorizzazioni sono state rilasciate dalla regione Basilicata in assenza di un’istruttoria condotta dall’Ente, ma ci si è semplicemente rimessi agli studi geologici forniti da chi avanzava l’istanza. Peraltro, a corredo della sua istanza, l’AGIP riporta un provvedimento analogo adottato in altre regioni nelle quali, evidentemente, esistono altri distretti minerari: ebbene, praticamente il provvedimento regionale è sempre lo stesso. In altri termini si tratta di una fotocopia, una sorta di documento standard che è stato recepito dalla regione Basilicata e da tutte le altre regioni che sono state interessate a questo tipo di pratica.

FRANCA MACCHIA nominò all’epoca:”…Le società appaltatrici sono sostanzialmente la BNG e la Iula: si tratta di società che fanno capo agli stessi titolari e che gestiscono anche una super discarica, cioè autorizzata a ricevere rifiuti tossico-nocivi con un elevato grado di tossicità. Si tratta – comunque – di società che fanno capo a soggetti indagati per smaltimento illecito di rifiuti. Per quanto riguarda la compatibilità di questi rifiuti con le industrie presenti nella Val Basento, questa valutazione non è stata nemmeno richiesta ai nostri consulenti dal momento che non disponiamo di un censimento analitico delle industrie chimiche presenti nel nostro territorio. Sotto questo profilo l’indagine poteva essere estremamente complessa e non approdare a risultati convincenti sul piano processuale.”

A parte un caso ( ove Iula ed il tecnico responsabile delle indagini ambientali, D’Arienzo, sono stati condannati ), non sappiamo come siano finite queste indagini, ma proveremo ad indagare anche su questo. Tra le varie perplessità facilmente ravvisabili, una regna sovrana: me se nelle commissioni d’inchiesta composte da politici anche solo uno di essi avesse contatti con la criminalità organizzata ( cosa non rara ), allora le audizione segretate dei magistrati relativamente ad indagini in corso, potrebbero arrivare all’orecchio degli indagati? Sulla galassia delle commissioni parlamentari ci ritorneremo nuovamente e gli unici complimenti in questo disastro voluto, vanno a persone che competenza e sobrietà servono davvero lo Stato, come Franca Macchia e gli uomini che con lei hanno indagato al meglio, dando le basi per una riforma sia giudiziaria che dell’attività investigativa, riforma ad oggi ignorata, volta a creare task force interforze che con competenza e contezza riescano velocemente a perimetrare gli ecoreati in tutte le loro dimensioni, da quella ambientale a quella fiscale. Quante cavità geologiche profonde tra mari e terra sono state usate in Italia in questo modo?

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